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Storia della Fotografia - 4) Il Negativo e le Pellicole

Gabriele Danesi Fine Art Studio
Pubblicato da in Tecnica Fotografica ·
Tags: storiafotografia

Fu l'inglese William Henry Talbot (1801-1877)



a porre le basi della fotografia chimica così come la intendiamo oggi, cioè quel procedimento che tramite un negativo permette di ottenere una o più stampe positive su carta.
Nel 1833 Talbot era in vacanza sul Lago di Como e si divertiva a fare disegni con l'aiuto di una camera oscura.

"Riflettevo sull'immutabile bellezza dei quadri che la Natura offre - racconterà poi - e che le lenti della camera oscura riproducono sulla carta....quadri favolosi che però si dissolvono in un baleno. Fu facendo questi pensieri che mi venne in mente come sarebbe stato bello fare in modo che le immagini naturali si imprimessero da sole sulla carta rimanendovi fissate per sempre."

Talbot si mise al lavoro spinto da questa affascinante idea e nel 1839 (stesso anno di divulgazione del dagherrotipo, infatti anche Anche Talbot fu uno tra gli inventori che reclamò la paternità della scoperta di Daguerre riguardo il fissaggio delle immagini) rese note le prime conclusioni dei suoi studi, presentando il primo vero processo fotografico che fu denominato in inglese Talbotype (poi tradotto talbotipìa in italiano).

Tale procedimento ed il suo successivo perfezionamento chiamato Calotype (calotipia), presentato nel 1841, erano fondamentalmente basati su un processo negativo-positivo con il quale si potevano ottenere, grande novità questa, anche molte copie dalla medesima posa. Sia il negativo che la stampa positiva erano costituiti da una carta impregnata di cloruro d'argento (ioduro d'argento nella Calotipia). Fondamentale era stata la scoperta che il sale d'argento, non alterato dall'azione della luce, può essere sciolto in diverse soluzioni (sale da cucina all'origine e più tardi acido gallico). Con la carta ai sali d'argento di Talbot l'immagine della macchina fotografica si impressionava in negativo. Bastava però rifotografare il negativo di carta per invertire l'immagine, traducendola cosi in positivo.

Il contributo di Talbot per il progresso della fotografia fu notevole ed importante. Ma egli scrisse modestamente:

"Non credo di avere perfezionato un'arte, i cui sviluppi non è possibile al momento prevedere con esattezza. Penso invece di aver dato ad essa solo un inizio. Credo di avere costruito fondamenta sicure e sarà compito di mani ben più abili delle mie erigere i piani superiori".

La calotipia di Talbot rese finalmente economico il ritratto, mettendo seriamente in crisi i pittori, moltissimi dei quali abbandonarono i pennelli per imparare la nuova tecnica. La calotipia consentì, per la prima volta, sia l'ingrandimento automatico del negativo che l'inestimabile vantaggio della potenziale tiratura in un numero illimitato di esemplari. Lo stesso negativo originale poteva infatti essere rifotografato, cioè copiato in positivo con la macchina fotografica medesima, quante volte si voleva.

La tecnica inventata da Talbot portò al rapido declino dei dagherrotipi.

La prima stampa ottica su carta sensibile di Talbot (fu messa sulla copertina di "The Pencil of the Nature", la prima rivista fotografica della storia):



Lo studio fotografico di Talbot nel 1841:



Calotipia di Talbot del 1842:



Lo studio di nuovi metodi e la ricerca di materiali per migliorare il processo fotografico non si arrestò. Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che affiancò, ed infine sostituì, tutte le altre tecniche fotografiche. L'utilizzo del collodio e di lastre in vetro (o metallo) producevano dei negativi di qualità eccezionale. Tali negativi venivano stampati su carte albuminate o al carbone.
Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente, richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività all'esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido.

Dall'intuizione che da un negativo al collodio era possibile ottenere un immediato positivo, nacquero due tecniche fotografiche, l'ambrotipia, brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Ambrotipo del 1860:



Ferrotipo del 1860:



La richiesta sempre pressante di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di fabbriche e laboratori specializzati. La produzione di carta albuminata richiese l'impiego, nella sola fabbrica di Dresda, di circa 60.000 uova al giorno. I laboratori fotografici divennero delle catene di montaggio dove ogni compito (preparazione lastre, sviluppo, fissaggio) era demandato ad un singolo individuo.

La necessità di produrre lenti e apparecchiature fotografiche vide la nascita e lo sviluppo di importanti aziende fotografiche, che grazie al loro impegno e sviluppo portarono numerose innovazioni anche nel campo dell'ottica e della fisica. Già nella seconda metà del 1800 furono fondate aziende importanti come la Carl Zeiss, la Agfa, la Leica, la Ilford, la Kodak e la Voigtländer.

Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Questo nuovo materiale venne adottato solo sette anni dopo, a seguito dei miglioramenti introdotti da Richard Kennet e Charles Harper Bennet. Le lastre così prodotte permisero un trasporto più agevole perché non necessitavano più della preparazione prima dell'esposizione.

Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1,



una fotocamera portatile con 100 pose già precaricate al prezzo di 25 dollari, introdotta da George Eastman con lo slogan:

"Voi premete il bottone, noi faremo il resto"

Inizialmente il materiale fotosensibile era cosparso su carta che, nel 1891, venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica.

Inizialmente senza mirino, l'evoluzione della fotocamera portò all'introduzione di un secondo obiettivo per l'inquadratura e successivamente un sistema a pentaprisma e specchio nella Graflex del 1903, la prima single lens reflex.



L'Ermanox, una fotocamera con obiettivo da f/2, portato successivamente a f/1.5, permise l'ingresso dei fotografi nei salotti e nei palazzi, per ritrarre politici e personaggi famosi.



Le fotografie divennero istantanee della vita quotidiana e i fotografi si mescolarono alla gente comune. All'Ermanox si affiancò nel 1932 la Leica I, con obiettivo 50mm f/3.5, che introdusse il formato che divenne standard, il 35mm.



Questa macchina fu adottata con profitto grazie alla sua maneggevolezza e discrezione da importanti fotografi di reportage come Henri Cartier-Bresson e Walker Evans, oppure artisti come André Kertész.

Edwin Land brevettò nel 1929 una pellicola per lo sviluppo istantaneo, che permise alla Polaroid di vendere milioni di apparecchi per fotografie autosviluppanti.






1 commento
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Franchina Tresoldi
2017-02-06 13:46:08
Grazie per queste preziose informazioni. Sono acquafortista e interessata alla storia della stampa con passaggi precisi dalla incisione manuale di una lastra o intervento manuale su una pietra (litografia) alla stampa offset e digitale. Mi interessano i passaggi. Non ho chiaro il trasferimento dell'immagine ripresa fotograficamente sulla pietra prima e su lastra poi per la stampa in serie (riviste, giornali ecc.). Con questo sito ho capito il dagherrotipo e, secondo me non è chiaro qui nel sito, all'origine la differenza tra la fotocamera e la camera per il trasferimento dell'immagine dalla lastra alla carta. ( lo chiamavamo l'ingranditore il vecchio Durst). Oltre alla produzione di acqueforti ho fotografato architetture e stampato le mie foto. Sto tenendo delle lezioni sulla storia della stampa, che vorrei portare anche nelle scuole perchè mi rendo conto della grande ignoranza nel riconoscere cosa c'è dietro una qualunque stampa. Grazie dell'attenzione e vi seguirò. Franchina Tresoldi

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