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Storia della Fotografia - 2) Nascita della Fotografia

Gabriele Danesi Fine Art Studio
Pubblicato da in Tecnica Fotografica ·
Tags: storiafotografia

La scoperta e l'utilizzo della camera oscura fu certamente il primo passo che porterà alla nascita della fotografia, ma ovviamente ciò non è sufficiente a definire il concetto stesso di fotografia (dalle parole greche "luce" e "scrittura", ossia "scrivere con la luce", "disegno di luce"). Acquisita la tecnica per proiettare un'immagine di luce, manca ancora la possibilità di poterla trasferire in maniera stabile su un supporto. Per capire come si arrivò a questo risultato, bisogna quindi partire dagli esperimenti di quella pseudo-scienza da cui poi nacque la moderna chimica, cioè l'alchimia.

Alla fine del Medioevo, gli alchimisti, facendo riscaldare cloruro di sodio (sale da cucina) insieme all'argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale combinandosi con l'argento, provoca la formazione di un composto, il cloruro d'argento, che è bianco nell'oscurità, ma che diventa quasi nero quando viene esposto ai raggi del Sole.

L'inglese Robert Boyle (1627-1691),



uno dei fondatori della Royal Society, già nel XVI secolo aveva notato che il clorato d'argento diventa scuro in certe circostanze, ma aveva creduto che a causare il mutamento di colore fosse l'aria e non la luce.

Fenomeni analoghi vennero indagati, nei primi anni del '600, dall'italiano Angelo Sala (1576-1637)



il quale aveva rilevato che la polvere di nitrato d'argento viene annerita dal Sole. Non riuscì però a portare a termine alcuna applicazione pratica del fenomeno.

Ed un analogo effetto fu riscontrato su altre sostanze quali il bromuro d'argento, lo ioduro d'argento, l'asfalto. Era quindi naturale che, ad un certo punto, nascesse l'idea di utilizzare la proprietà dei raggi luminosi per ottenere immagini sulla superficie di sostanze sensibili alla luce.

Nel '700 illustri chimici tentarono di risolvere il problema ma, più che immagini, riuscirono a ottenere contorni di immagini, silhouettes. Il termine silhouette deriva da Étienne de Silhouette, un ministro della finanza francese iniziatore della moda di farsi fare il ritratto per mezzo di un pezzo di carta scura tagliata con le forbici sul contorno della propria immagine ed incollata su carta chiara:



Fu il chimico tedesco Johann Heinrich Schulze (1687-1744)



che battezzò con il nome di fotografia il procedimento da lui inventato: su una piastra metallica ricoperta di cloruro d'argento ed esposta alla luce, si posava il corpo di cui si voleva ottenere la silhouette, una mano per esempio. Le parti della piastra coperte dalla mano restavano bianche, mentre il resto si anneriva, lasciando il contorno esatto della mano. Ma quando la mano veniva tolta, anche la sua immagine si anneriva e si cancellava. Era il 1727.

Negli anni successivi, esperimenti di questo tipo si moltiplicavano a vista d'occhio, ma ancora senza alcun risultato pratico (spesso anzi erano pretesto per divertimenti da salotto).

Ci fu, fra l'altro, un fatto molto curioso. Uno scrittore francese, Tiphaigne de la Roche (1729-1774) pubblicava nel 1760 un racconto (che oggi catalogheremo come fantascienza) intitolato Giphantie (dall'anagramma del suo nome di battesimo)



nel quale descriveva un meraviglioso Eden a nord della Guinea. Qui un esploratore è accompagnato da una guida molto sapiente, la quale espone in perfetto stile scientifico quelle che, a distanza di un secolo, diverranno le teorie fondamentali della fotografia:

"I raggi di luce, i quali vengono riflessi da corpi diversi, formano un' immagine e disegnano i corpi sopra ogni superficie lucida come fanno sulla retina dell'occhio, sull'acqua o sul vetro. Gli spiriti primigeni sono riusciti a fissare queste fuggevoli immagini: hanno composto una materia sottile, molto viscosa, capace di indurirsi e dì essiccarsi, con la quale un ritratto può essere fatto in un batter d'occhio".

E qui la pagina del racconto si avventura in una precisazione a dir poco sorprendente. Aggiunge infatti la guida:

"Spalmano di questa materia un pezzo di tela e lo pongono di fronte all'oggetto che pensano di ritrarre. La tela agisce innanzitutto come uno specchio e riflette tutte le figure vicine e lontane la cui immagine può essere trasmessa dalla luce. Ma, a differenza di quanto può fare lo specchio, la tela, per mezzo dello strato viscoso, conserva l'immagine. La tela doveva poi essere trasportata in un locale buio dove la vernice, asciugandosi nel termine di un'ora, assicurava un'immagine indelebile, di grande bellezza e perfezione".

Non sappiamo se l'autore del libro abbia avuto qualche sogno precognitore e se il libro abbia creato scalpore tra i lettori. Ciò che tuttavia possiamo affermare con sicurezza è che c'era in Giphantie tutto ciò che in seguito sarebbe diventato di conoscenza comune, compresi persino alcuni accenni alla teoria della durata di esposizione ed alla camera oscura di sviluppo.

All'inizio dell'800, l'inglese Thomas Wedgwood (1771-1805),



figlio di un noto ceramista, riuscì ad ottenere deboli immagini su pelle bianca sensibilizzata col nitrato d'argento. Non riuscì però a fissarle in modo stabile e le sue "fotografie" potevano essere viste solo furtivamente alla luce di una candela. Appena esposte alla luce semplicemente svanivano.
Nella sua relazione, presentata nel 1802 alla Royal Society britannica, Wedgwood scrisse:

"La copia di un'immagine immediatamente dopo essere stata ripresa deve essere mantenuta in un luogo oscuro. Può essere esaminata nella penombra, ma solo per pochi minuti".

Wedgwood morì tre anni dopo, a soli 37 anni, senza poter portare a termine i suoi studi. Ancora qualche anno di sperimentazioni e forse sarebbe riuscito nell'intento di rendere stabili le sue immagini, guadagnandosi la paternità della fotografia.

Il fissaggio delle immagini ottenute con sistema fotochimico restava un problema ancora tutto da risolvere nel 1814, anno in cui Joseph Nicéphore Niépce,



nella sua casa di campagna a Gras, presso Chálon-sur-Saóne, sperimentava un nuovo sistema per semplificare l'incisione sul metallo. Niépce, che dal 1801 si era dedicato interamente alle ricerche scientifiche, aveva concentrato il suo interesse sulla litografia, il procedimento di stampa a mezzo di pietra incisa inventato dal tedesco Alois Senefelder intorno al 1796 e introdotto in Francia nel 1814 dal conte Charles Philippe Lasetvrie du Saillant. Subito Niépce pensò di perfezionare quel sistema tipografico. Anzitutto sostituì la pietra con una lastra di stagno.

"Poi - racconta un suo biografo - gli venne in mente di sostituire anche la matita tipografica e allora un'idea strana, fantastica, si impadronì di lui: trovare un mezzo per indurre la luce a fare il disegno".

Prese una lastra di rame argentato, la ricoprì di un sottile strato d'asfalto (il cosiddetto bitume di giudea, usato dagli incisori perché molto resistente agli acidi) e la collocò in una cassetta di legno, che funzionava da camera oscura, di fronte a una tavola disegnata o dipinta. Dopo una giornata, le parti dello strato di bitume che erano rimaste "impressionate" (cioè esposte all'azione della luce riflessa dalle zone più chiare del dipinto) erano diventate bianche, mentre le altre non mutavano colore, restavano nere. Allora Niépce immerse la lastra in un bagno d'essenza di lavanda (che scioglie il bitume non impressionato lasciando intatto quello impressionato). Sulla lastra di rame argentato restava così l'immagine in negativo composta dal bitume impressionato. Niépce chiamò eliografia tale procedimento.

Ma questo primo risultato non era lo scopo finale cercato dall'inventore. Niépce voleva preparare lastre per la stampa. Perciò egli stese, sulla lastra trattata, un acido destinato a incidere le parti del metallo messe a nudo, lasciando inalterate le parti ancora ricoperte dal bitume. Il bitume veniva poi tolto e le parti del metallo da esso protette presentavano, in rilievo, la riproduzione (sempre in negativo) del disegno. La lastra era così pronta per la tipografia.

Ben presto Niépce fu tentato di applicare il suo procedimento alla fotografia. Inizialmente seguì la linea di Schultze e del chimico inglese Thomas Wedgwood. Riprodusse disegni e stampe resi trasparenti spalmandoli con oli e vernici ed applicandoli su lastre ricoperte di sostanze sensibili alla luce. Poi cominciò a usare la camera oscura per ritrarre immagini dal vivo.

Il 5 maggio 1816 così scriveva al fratello Claude:

"Ho messo il mio apparecchio sulla finestra aperta della stanza dove lavoro, dirigendolo verso la piccionaia. Ho fatto l'esperimento nel mio solito modo e ho ottenuto sulla carta bianca quella parte della piccionaia che si vede dalla finestra ed una debole immagine anche di questa, che era meno illuminata".

Ventitre giorni dopo, il 28 maggio, applica all'obiettivo un rudimentale diaframma che renderà più nitida l'immagine.

Per cinque anni Niépce lavora accanitamente alla ricerca di materie più sensibili all'azione della luce tentando di tutto: il nitrato al cloruro d'argento, il perossido di manganese, il cloruro di ferro, ìl "safran de Mars", il fosforo, la cocciniglia. Il 3 settembre 1824 riesce infine a fissare solo i contorni di un paesaggio. E finalmente nel 1826 riesce ad ottenere quella che può essere considerata la "prima vera fotografia" (oggi conservata presso l'Università del Texas ad Austin, USA) proprio da quella finestra dove un decennio prima aveva posto il suo apparecchio. Posa di ben otto ore su una lastra di peltro per eliografia, spalmata di bitume di giudea e posta all'interno della sua camera oscura con diaframma. E alla fine l'immagine era lì sotto i suoi occhi:



La prima fotografia del mondo era impressa, in positiva diretta, su una lastra di peltro lucidata. In quel momento Niépce realizzava il suo sogno, che era stato anche quello di quanti lo avevano preceduto: il sogno antico e affascinante di disegnare senza pennelli, direttamente con la luce.

L'anno dopo si reca alla Royal Society di Londra per esporre il suo procedimento che volle chiamare eliografia. Ma si rifiuta di svelarlo per intero e, per difetto di documentazione, non viene accolto agli atti.

Un'altra famosa eliografia eseguita da Niépce, nel 1829



ottenuta stendendo bitume di giudea su vetro.





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