Come preparare ed ottimizzare le fotografie per la stampa Fine Art - Gabriele Danesi Fine Art Studio - Blog di Fotografia - Gabriele Danesi Fine Art Studio

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Come preparare ed ottimizzare le fotografie per la stampa Fine Art

Gabriele Danesi Fine Art Studio
Pubblicato da in Stampa Fine Art ·
Tags: stampafineartmonitorprofilocalibrazionesviluppoRAWottimizzarefotografie

Per ottenere stampe digitali di elevata qualità fine art è necessario seguire un flusso di lavoro ben specifico ed accurato. Lo scopo di questa guida tecnica sarà quello di far apprendere al fotografo i passaggi fondamentali da rispettare (cercando di fornire anche adeguate spiegazioni in merito) in riferimento alle macchine da stampa usate nel nostro studio-laboratorio.

Deve essere subito chiaro che tutte le dovute considerazioni necessarie per ottenere immagini e stampe di alta qualità devono riguardare le fasi di scatto e di sviluppo RAW.

Un RAW ben sviluppato ed esportato in formato TIFF è tutto ciò di cui si ha bisogno in fotografia. Non sono necessarie ulteriori elaborazioni.

NB: Molti argomenti esposti di seguito faranno riferimento a concetti già spiegati in altri articoli del blog. In caso di problemi a capire alcuni termini presenti nella guida, si consiglia perciò di approfondire le tematiche delle sezioni: Gestione del Colore, Fotografia Digitale e Sviluppo RAW.

OTTIMIZZARE LA QUALITA' DI UN'IMMAGINE
Per ottenere immagini fotografiche digitali di ottima qualità tecnica bisogna rispettare alcuni criteri di base:

- Monitor di buona qualità, ben calibrato e profilato.
- Costruzione di un profilo fotocamera tramite ColorChecker.
- Scatto ben bilanciato e ben esposto (evitando le sotto-esposizioni).
- Sviluppo RAW (in questa guida ci riferiremo a Lightroom).
- Esportare il RAW in formato TIFF a 16bit per canale con spazio colore ProPhotoRGB.

Analizziamoli uno per uno.

MONITOR BEN CALIBRATO E PROFILATO
Disporre di un buon monitor, progettato appositamente per la fotografia, è l'unica sicurezza su cui possiamo far affidamento durante il processo fotografico digitale. Sarebbe solo una perdita di tempo fare regolazioni fini sull'immagine in fase di sviluppo RAW sapendo che poi ciò che si vede ad occhio non sarà corretto proprio a causa: o della bassa qualità dello schermo, o dell'assenza di una buona calibrazione e profilazione del dispositivo.

Nel caso di stampa Fine Art è necessario impostare dei parametri per la calibrazione che permettano di rispecchiare la realtà della stampa. I parametri per la calibrazione riguardano:

- Temperatura colore del punto di bianco (misurata in °K, o riferita agli illuminanti CIE: D50, D65, ecc..).
- Luminanza massima del punto di bianco (misurata in candele su metro quadro).
- Rapporto di contrasto (200:1, 250:1, 300:1, ecc..).
- Gamma (1.8, 2.2, L*, ecc..).

E' molto importante osservare che la massima luminanza del punto di bianco è strettamente collegata al rapporto di contrasto. Il rapporto di contrasto indica infatti la differenza tra il valore luminoso massimo (pixel bianchi) ed il valore luminoso minimo (pixel neri). La sigla 250:1 significa che il punto di bianco ha luminanza 250 volte maggiore del punto di nero (tradotto in termini fotografici si può dire che la gamma dinamica del monitor sarebbe in questo caso di circa 8 stop. Infatti 2^(8) fa 256).

Anche le stampe fotografiche hanno una loro gamma dinamica (e quindi un rapporto di contrasto), che dipende dalla densità massima dell'inchiostro nero su carta e dal bianco carta.

Come linea guida generica, si deve tenere in considerazione che una stampa FineArt digitale (in riferimento alla tecnologia di ultima generazione usata in questo studio, Epson UltraChrome HDX) eseguita su carta opaca, 100% cotone, ha un rapporto di contrasto medio di circa 150:1, mentre una stampa FineArt eseguita su carta fotografica lucida o semi-lucida ha un rapporto di contrasto di circa 350:1. E' quindi necessario calibrare il monitor con un rapporto di contrasto simile, o per lo meno non troppo distante da tali valori, dato che, se si impostassero valori molto più elevati, si profilerebbe un dispositivo che poi riproduce i contrasti in maniera molto differente rispetto a quanto si otterrà in stampa. Usare rapporti di contrasto simili tra monitor e stampa permette di avere una valutazione visiva più precisa durante le operazioni di elaborazione dell'immagine.

In merito a quanto esposto, un buon compromesso è quello di calibrare il monitor con un rapporto di contrasto simile a quello di una carta semi-lucida, ossia intorno a 350:1. Possono andar bene anche valori un poco inferiori, magari senza scendere al di sotto di 250:1. Analogamente si può eccedere verso valori più alti, magari non andando oltre 450:1. Per restare su tale range sarà necessario usare valori di luminanza del punto di bianco relativamente bassi. Molto probabilmente si può raggiungere il risultato voluto usando valori di luminanza massima di circa 100-120 cd/m2.

Nel caso si indichi al software di calibrazione la luminanza del punto di bianco ed il rapporto di contrasto, sarà il software stesso a stabilire di conseguenza la luminanza minima del punto di nero (ammesso che il monitor permetta di regolarla). In alcuni software si può anche indicare la luminanza del punto di bianco e del punto di nero desiderate, in modo che il rapporto di contrasto sia conseguenza di tali due valori. Esempio: se si imposta punto di bianco a 120 cd/mq e punto di nero a 0,3 cd/mq in seguito alla calibrazione si dovrebbe ottenere un rapporto di contrasto di 120/0,3=400, ossia 400:1.

Il vincolo che esiste tra valori di luminanza del punto di bianco e del punto di nero ci fa capire che scegliere rapporti di contrasto troppo bassi implicherebbe costringere il monitor a lavorare o con luminosità molto bassa, o con punto di nero che in realtà diventerebbe un grigio scuro... cosa assolutamente da evitare!

Riguardo gamma e temperatura colore, la scelta classica consigliata resta quella di impostare valori di gamma 2.2 (alcuni monitor professionali possono essere calibrati anche con gamma riferita alla luminosità Lab, ossia L*) ed illuminante D65.

Ricapitolando, per costruire un profilo monitor che sia fedele alla resa in stampa e che rispetti le specifiche richieste dalla norma ISO 3664:2009, si devono impostare i seguenti valori di calibrazione:

- Temp. Colore del Punto di Bianco: D65
- Luminanza del Punto di Bianco: tra 100 e 120 cd/mq
- Rapporto di contrasto: tra 250:1 e 450:1
- Gamma: 2,2 (oppure L*)

PROFILO FOTOCAMERA CON COLORCHECKER
La costruzione di un profilo che descriva la propria fotocamera è un passaggio altrettanto fondamentale nel caso in cui si voglia ottenere buona accuratezza nella rappresentazione dei colori prodotti dal sensore digitale. Ciò andrà fatto usando il target ColorChecker a 24 tacche.
In merito ad un profilo fotocamera eseguito con ColorChecker bisogna tenere in considerazione i seguenti vantaggi:

- Viene garantita un'accurata resa su molti colori critici che un profilo generico non è in grado di rappresentare. Ciò elimina di conseguenza molte problematiche sulle classiche dominanti che caratterizzano alcuni profili generici.

- I profili generici sono caratterizzati dalla presenza di tabelle HSL che alterano la resa colorimetrica del file RAW. Solitamente tali tabelle cercano di smorzare la saturazione dei colori per offrire una resa più neutra in seguito all'adeguamento gamma dei numeri RAW. Il profilo fatto con ColorChecker invece contiene solo la descrizione colorimetrica dei numeri RAW, senza alcuna ulteriore tabella. Ciò si traduce in una resa più vivace e brillante dei colori catturati dal sensore. La saturazione dei colori è difatti più accentuata già in partenza. Questo fatto, associato ad un buon sviluppo RAW, permette di ottenere immagini molto più accattivanti e simili alla resa di una diapositiva ad alto contrasto.

SCATTO BEN BILANCIATO E BEN ESPOSTO
Tutti i sensori digitali lavorano a gamma lineare (ossia registrano la Luminanza), mentre la percezione visiva dell'occhio umano ha gamma non lineare (si usa infatti il parametro Chiarezza). Tale discrepanza vede la necessità di effettuare un "adeguamento di gamma" sui dati RAW (operazione eseguita in automatico all'apertura del RAW negli appositi software), in modo che l'immagine visualizzata a monitor sia come il nostro occhio è abituato a vedere le cose, e non come il sensore le cattura. Ecco quindi che quello che per noi è un tono medio (50% di Chiarezza), per il sensore è un valore luminoso scuro (18% di Luminanza):



Vediamo brevemente cosa implica tale aspetto costruttivo.

Se un sensore lavora, ad esempio, a 12 bit significa che metterà a disposizione 2^(12) = 4096 livelli per memorizzare le informazioni luminose catturate da ogni cella sensibile. Ma, in riferimento a quanto abbiamo appena visto riguardo luminanza e chiarezza, ciò vuol dire che userà 737 livelli (18% di luminanza) per registrare dettagli che vanno dal nero a ciò che noi percepiamo come tono medio (50% di chiarezza) e 3359 livelli (il restante 82%) per registrare dettagli che vanno dal tono medio al bianco. Di conseguenza, le zone che vanno dallo 0% al 50% di chiarezza saranno decisamente molto più povere di dettaglio rispetto alle zone che vanno dal 50% al 100% di chiarezza.

C'è poi da ricordare che nelle zone in ombra il segnale utile (quello generato dalle celle sensibili) sarà molto debole, di potenza equiparabile al segnale prodotto dal rumore elettronico, e dunque si andrà a sovrapporre vistosamente a quest'ultimo. Nelle zone in luce, invece, il segnale utile sarà molto più potente del rumore (che quindi sarà praticamente annullato).

In definitiva, in fotografia digitale bisogna sempre evitare le sotto-esposizioni se si vogliono ottenere immagini ricche di dettaglio e quasi esenti dal rumore.

SVILUPPO RAW SU LIGHTROOM
Quando eseguiamo uno sviluppo RAW, Lightroom lavora con uno spazio colore interno (non accessibile all'utente) denominato RIMM RGB (che è un ProPhotoRGB con gamma=1, ossia lineare), mentre le anteprime di immagine ed istogramma visualizzate a monitor sono mappate in MelissaRGB (che è un ProPhotoRGB con gamma=2,2).

Il motivo per cui software come Lightroom usano profili standard di lavoro così ampi, è quello di garantire fedeltà di rappresentazione dei colori che un sensore digitale è in grado di produrre. Profili standard come AdobeRGB, o ancora peggio sRGB, sarebbero troppo piccoli per tale scopo !

Sapere che Lightroom lavora in RIMM RGB e che l'istogramma è una rappresentazione dell'immagine come se fosse esportata e convertita in MelissaRGB (che ha lo stesso gamut del RIMM RGB) è un altro degli aspetti importanti da conoscere. Per capire meglio quanto sia importante questa peculiarità di Lightroom consideriamo il caso in cui, durante uno sviluppo RAW, attiviamo gli indicatori sul taglio dei bianchi e dei neri in modo da poter fare le dovute valutazioni visive sulle regolazioni. Finito lo sviluppo (se abbiamo fatto le cose per bene), ci troveremo con un istogramma ben bilanciato e privo di difetti evidenti. Ma cosa succede se questo RAW lo esportiamo, ad esempio, in sRGB ? Per le conversioni colore di export, Lightroom è costretto ad usare sempre l'intento colorimetrico relativo. Ciò accade perchè nelle conversioni colore tra profili ICC a matrice V2 (cioè tutti i profili standard usati dai software Adobe) non è possibile sfruttare l'intento percettivo. E, dato che viene eseguita una conversione colore da uno spazio di origine molto ampio (RIMM RGB) ad uno spazio di destinazione ben più piccolo (sRGB), la conseguenza di tale intento di rendering sarà quella di ritrovarsi un'immagine esportata con aree posterizzate e tagliate.

I seguenti istogrammi, riferiti al RAW in fase di sviluppo su Lightroom ed al TIFF esportato in sRGB ed aperto su Photoshop della medesima fotografia, chiariscono quanto appena detto:



Osseviamo che eravamo in una situazione, su Lightroom, in cui l'istogramma conteneva ogni singolo pixel della fotografia senza mostrare parti tagliate nè sui neri nè sui bianchi (anzi, mancavano addirittura alcune informazioni sulle ombre molto profonde e sulle alte luci, fatto constatabile dai "buchi" presenti in tali zone dell'istogramma). Ma in seguito alla decisione di esportare il RAW in sRGB, si sono create aree completamente tagliate sia a destra che a sinistra dell'istogramma (che sull'immagine corrisponderanno a zone bruciate o piatte, cioè di colore completamente uniforme) proprio a causa della conversione con intento colorimetrico relativo.


ESPORTARE IN FORMATO TIFF A 16BIT PER CANALE CON SPAZIO COLORE PROPHOTO RGB
Visto che, per riuscire a mantenere fedeltà sui colori catturati da un sensore digitale, Lightroom usa spazi colore con stesso gamut del ProPhotoRGB, sarà nostro compito continuare a mantenere tale caratteristica. E ciò diventa possibile solo se si esporta l'immagine con profilo ProPhotoRGB. Ma il ProPhotoRGB (a causa del suo ampio gamut) richiede obbligatoriamente l'utilizzo di informazioni a 16bit per canale.

In definitiva possiamo concludere che i RAW sviluppati devono essere esportati in formato TIFF, con profilo ProPhotoRGB e profondità colore a 16bit per canale. Queste saranno le immagini pronte per essere riprodotte con i nostri sistemi di stampa Fine Art.

NB: Durante l'export dei RAW non si devono effettuare ridimensionamenti e non si devono applicare algoritmi di nitidezza. E' importante che le immagini conservino dimensione in pixel e nitidezza originali. Qualsiasi aggiustamento che riguarda Dimensione, Risoluzione e Nitidezza/Maschera di Contrasto non sono compito del fotografo, bensì del laboratorio in fase di pre-stampa !

CONFRONTO TRA PROFILI STANDARD E PROFILI DI STAMPA
Tutti gli sforzi fatti finora per conservare un'accurata descrizione dei colori prodotti da una fotocamera digitale e delle regolazioni di sviluppo RAW, devono essere giustificati anche dalle caratteristiche dei profili di stampa.

E' infatti noto che ogni tecnologia di stampa è in grado di rappresentare un numero ben limitato di colori. Per esempio, stampe fotografiche amatoriali e/o tipografiche sono generalmente caratterizzate da gamut di stampa che non riescono a coprire nemmeno l'sRGB.

I sistemi progettati appositamente per la stampa FineArt invece riescono a far uso di particolari tipi di inchiostro che garantiscono un'ampia copertura nella riproducibilità dei colori.

Nei seguenti grafici vediamo un esempio di un profilo costruito per le nostre stampanti Fine Art, in confronto all'AdobeRGB ed al ProPhotoRGB:

Vista 2D di un profilo di stampa fineart su carta baritata (contorno irregolare) e del profilo standard AdobeRGB (triangolo):



Sezioni in 3D di confronto tra un profilo fine art per carta baritata (solido pieno) e profilo standard AdobeRGB (solido a fil di ferro):





Vista in 3D di un profilo fine art per carta baritata (solido pieno) e il profilo standard ProPhotoRGB (solido a fil di ferro):



Si vede chiaramente che il gamut del profilo di stampa è ben più esteso dell'AdobeRGB, mentre l'unico profilo standard in grado di contenere tutti i colori rappresentabili in stampa è il ProPhotoRGB.

Ecco quindi che, in perfetto accordo a tutto il flusso descritto finora riguardo lo sviluppo RAW, possiamo dire che la miglior fedeltà in termini di riproducibilità in stampa dei colori contenuti nell'immagine si può ottenere solo se si usa il ProPhotoRGB !


USARE MELISSA RGB ANZICHE' PROPHOTO RGB
L'alternativa all'utilizzo del ProPhotoRGB (che ha gamma=1,8) è quello di esportare i RAW sviluppati usando il profilo standard MelissaRGB (che ha gamma=2,2). Per far questo è però necessario scaricarlo ed installarlo nella relativa cartella del sistema operativo del computer, dato che non è disponibile di default.

Per scaricare il profilo MelissaRGB.icc fare click QUI.

In riferimento al sistema operativo in uso, bisogna copiare il profilo ICC nella relativa cartella di sistema:

Windows: /Windows/System32/Spool/Drivers/Color
Mac: /User/Library/ColorSync/Profiles

NB: Per gli utenti Windows, è anche possibile fare click-destro sul profilo e scegliere Installa Profilo per farlo posizionare automaticamente nella corretta cartella di sistema.

Dopo aver installato il profilo ICC, bisogna poterlo inserire tra le scelte disponibili nel menù a comparsa della finestra di Export su Lightroom. E' sufficiente fare click su "Altro...":



spuntare la casella "Includi profili di visualizzazione" e spuntare la casella relativa a "MelissaRGB":



A questo punto il nuovo profilo verrà reso sempre disponibile come scelta di export:



PROBLEMI CHE SI POSSONO VERIFICARE USANDO PROFILO PROPHOTO RGB O MELISSA RGB
Come ultime osservazioni, discutiamo eventuali problematiche che si possono introdurre nelle fotografie in seguito alla scelta di usare spazi colore come il ProPhotoRGB o il MelissaRGB (e che, ovviamente, vanno evitate nella maniera più assoluta).

Considerato l'ampio gamut che caratterizza questi due spazi colore standard (i primari R,G,B sono definiti addirittura oltre i limiti del percepibile umano), bisogna fare attenzione a non accentuare le caratteristiche originali dell'immagine riguardo la saturazione dei colori. Per tale motivo è meglio limitarsi ad un corretto sviluppo RAW, evitando ulteriori elaborazioni sul TIFF esportato ed aperto su Photoshop !

L'eventuale utilizzo di Photoshop deve limitarsi a modifiche di tipo compositivo sull'immagine, non a modifiche su contrasti, luminosità e saturazione/vividezza. Anche la semplice introduzione di una curva su Photoshop, che abbia l'intento di aumentare leggermente il contrasto, avrebbe l'effetto di innalzare vistosamente la saturazione dei colori. Operazioni di questo tipo rischierebbero dunque di alterare i dati dell'immagine in maniera irreversibile, andando ad occupare zone all'interno del gamut del ProPhotoRGB (o MelissaRGB) che non sarebbero poi più riproducibili con alcuna tecnologia di stampa attualmente esistente.



10 commenti
Roberto
2016-10-15 17:54:17
Grazie!
ora comincio a capirci qualcosa.
Gabriele Danesi
2016-10-15 18:25:20
Grazie a te, Roberto, per aver dedicato tempo alla lettura dell'articolo.
Alberto Privitera
2016-11-09 10:58:40
Avete fatto un'ottimo lavoro di spiegazioni. Ho seguito passo passo e penso di aver capito tutto il processo. Ora spero di riuscire a metterlo in pratica... Grazie !
tone
2017-02-02 16:56:36
Molto interessante! Bene sapere che vicino a dove abito ci sono professionisti che trattano correttamente l'immagini una ragione in più per provare a servirsene

Tone
Frenk 56
2017-11-05 18:57:27
Salve volevo chiedere, a riguardo
del monitor calibrato per fotoritocco se una data marca professionale o no di quanto influenza sul prodotto finale (foto stampata)...Quello che vedo a monitor è uguale in stampa.
Grazie
Gabriele Danesi
2017-11-07 10:54:18
Ciao Frenk56, è ovvio che un monitor di fascia alta è costruito per soddisfare al meglio le esigenze del professionista. Ciò significa che ti garantirà: una migliore calibrazione (ossia una perfetta linearizzazione dell'asse dei grigi, un'accurata regolazione del punto di bianco e del punto di nero), un maggiore gamut dei colori, una più fedele riproducibilità dei colori. Ma non solo questo. Solitamente infatti i monitor di fascia alta ti permettono di effettuare calibrazioni di gamma impostati sulla luminosità Lab (L*) che è più fedele al modo con cui l'occhio interpreta la realtà, ed inoltre mettono a disposizione una calibrazione di tipo hardware. Ciò significa che il monitor ha una sua scheda video interna, con una sua LUT solitamente a 10bit, che risulta così indipendente dal computer. Un monitor calibrato in maniera hardware registra i dati al suo interno, così che può essere collegato anche su computer differenti senza bisogno di essere nuovamente calibrato. Un monitor che permette una calibrazione hardware ti fornirà infine un suo specifico software di calibrazione/profilazione.

La conclusione è che effettuare un lavoro di fotoritocco su un monitor di fascia professionale, rispetto ad un monitor di fascia medio-bassa, ti permette di avere una precisione altrimenti non raggiungibile! Ma questo sarà vero solo se il monitor risulta ben calibrato e profilato (quindi con i giusti strumenti di misura, i giusti parametri e le giuste verifiche sui risultati). Può sembrar banale ma in realtà è piuttosto comune vedere mal impostati certi parametri, oppure non fare le verifiche post-profilazione per avere un riscontro sui valori effettivi raggiunti.

Riguardo il risultato in stampa, penso sia altrettanto ovvio che se hai un super-monitor, hai super-strumenti di profilazione, fai tutto il lavoro di calibrazione in maniera super-corretta, ma poi non stampi da chi è in grado di garantirti qualità e precisione di rappresentazione, sia sui colori che soprattutto sulla linearizzazione dell'asse dei grigi, allora il castello non si regge più in piedi.

Gabriele Danesi
Sergio Mossino
2017-11-24 11:51:54
Salve, articolo molto interessante visto che sto cercando di preparare dei files x stampa fine art, volevo chiedere solo alcune precisazioni:
1- ho capito che il file ottimale x fine art, sarebbe un tiff a 16bit con spazio colore prophoto; inoltre viene detto di evitare eventuali correzioni con PS pena alterazione della qualità di immagine.Se però devo eseguire alcune mascherature utilizzando i layer come mi comporto=? E meglio in questi casi salvare in ADOBE RGB 16 bit? tra l'altro sviluppo anche con Capture one e questo non prevede il salvataggio con spazio Prophoto. Infine la differenza in stampa con spazio adobe RGB 1998 e Prophoto 16 bit su un formato A3 è avvertibile? Grazie, saluti, Sergio Mossino
Gabriele Danesi
2017-11-24 14:13:28
Ciao Sergio, cerco di rispondere ad ogni tuo quesito:

Lo spazio ProPhotoRGB ha i 3 primari Rosso, Verde e Blu che sono definiti addirittura al di fuori dello spazio percettivo dell'occhio umano. Oltretutto gli spazi colore caratteristici delle macchine da stampa Fine Art non vanno tanto oltre lo spazio AdobeRGB (lo si vede nell'articolo osservando le immagini di confronto tra spazio colore di una carta baritata e i profili standard AdobeRGB e ProPhotoRGB). Questo per dire che: utilizzare AdobeRGB può essere decisamente riduttivo in quanto si possono perdere colori che erano sicuramente contenuti nei dati RAW e che potevano essere fedelmente riprodotti in stampa; utilizzare ProPhotoRGB garantisce il mantenimento dei colori contenuti nei dati RAW ma, se si operano ulteriori interventi sulla saturazione, si rischia di andare fuori dalla gamma di colori riproducibili da qualsiasi tipo di stampante (si può anche rischiare di andare oltre la percezione dell'occhio umano!).

Quindi cosa significa lavorare su un'immagine in ProPhotoRGB evitando successive elaborazioni su Photoshop che possano introdurre colori non più riproducibili? Significa evitare nella maniera più assoluta qualsiasi regolazione che accentui Saturazione o Vividezza, ed inoltre fare molta attenzione alle eventuali correzioni sui Contrasti. Per fare un esempio, se faccio una classica "curva ad S" per aumentare il contrasto, è facile osservare che la saturazione dei colori aumenta di conseguenza. In tal caso, perciò, se voglio aumentare il contrasto, ma allo stesso tempo non alterare la saturazione dei colori, dovrò impostare "Luminosità" come metodo di fusione della curva. In definitiva sono ammesse tutte le possibili elaborazioni su un'immagine in ProPhotoRGB, basta lavorare con coscienza e sapere come e quando si possono introdurre modifiche alla saturazione dei colori.

Quindi non sarà mai, in alcun caso, meglio lavorare in AdobeRGB a 16bit. Come già detto lavorando in questo spazio colore si buttano via informazioni preziose sui colori contenuti nei dati RAW. Qualsiasi RAW converter professionale ti permette di esportare in ProPhotoRGB (CaptureOne compreso), ci mancherebbe altro!

La differenza in stampa può essere certamente apprezzabile ad occhio, come anche no! Tutto dipende dal tipo di fotografia, dalle condizioni di luce e dai colori. Non è detto che qualunque fotografia contenga colori così saturi e brillanti da andare oltre l'AdobeRGB. Come caso limite, se consideri un'immagine bianco-nero allora capisci che puoi lavorare in qualsiasi spazio colore. Infatti, avendo tutte le saturazioni dei colori a 0, anche l'sRGB va benissimo in questo caso!

Gabriele Danesi
Eugenio
2018-08-24 11:34:59
In merito al tema dei monitor di alta gamma per lo sviluppo destinato alla stampa fine art desidero porre queste domande: per ricavare il meglio da una catena colore a 10 bit, è effettivamente necessaria una lut 3D? e a questa è preferibile associare la risoluzione 4k UHD, o sono elementi che arricchiscono l'esperienza visiva, ma non essenziali per lo sviluppo del row?

Grazie
Eugenio
Gabriele Danesi
2018-08-27 18:54:09
Ciao Eugenio,
nei monitor con LUT tradizionale si ha tipicamente una singola Look Up Table per ogni canale R,G e B... in pratica si parla di sistema 3x 1D LUT (situazione analoga ad un livello di "Regolazione Curve" sui canali R,G e B, di Photoshop). Una LUT 3D opera invece in uno spazio tridimensionale XYZ che mappa i dati verso le coordinate R,G,B. Ciò permette l'utilizzo valori non descrivibili tramite il modello a LUT 1D. In definitiva il vantaggio di una LUT 3D si traduce in una maggiore accuratezza nella rappresentazione di gradazioni di colore intermedie ed una migliore precisione sulla scala di grigi. Questo è il motivo per cui molti dei più moderni monitor di alta fascia dedicati alla fotografia spingono verso l'utilizzo di tecnologie con LUT 3D interna.

Per quanto riguarda i 4K UHD... beh, la scelta dipende da vari fattori. Il mio consiglio è quello di scegliere un'adeguata misura in pollici in conseguenza a quanti pixel ha il monitor, in modo che la risoluzione dello schermo non sia eccessiva. Quando si parla di pixel luminosi, infatti, avere una risoluzione alta significa non permettere all'occhio di distinguere con precisione il dettaglio fine. Un monitor 4k, quindi, dovrà essere almeno da 31 o da 32 pollici! E' chiaro che una soluzione del genere (per lo meno nel momento in cui scrivo) ha costi decisamente non indifferenti!!! Una buona alternativa è quella di scegliere un 1440p da 27 pollici.

Gabriele Danesi


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