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Guida - Flusso di lavoro: Come preparare ed ottimizzare le fotografie per la stampa FineArt

Gabriele Danesi Fine Art Studio
Pubblicato da in Stampa Fine Art ·
Tags: stampafineartmonitorprofilocalibrazionesviluppoRAWottimizzarefotografie

Per ottenere stampe digitali di elevata qualità fine art è necessario seguire un flusso di lavoro ben specifico ed accurato. Lo scopo di questa guida tecnica sarà quello di far apprendere al fotografo i passaggi fondamentali da rispettare (cercando di fornire anche adeguate spiegazioni in merito) in riferimento alle macchine da stampa usate nel nostro studio-laboratorio.

Deve essere subito chiaro che tutte le dovute considerazioni necessarie per ottenere immagini e stampe di alta qualità devono riguardare le fasi di scatto e di sviluppo RAW.

Un RAW ben sviluppato ed esportato in formato TIFF è tutto ciò di cui si ha bisogno in fotografia. Non sono necessarie ulteriori elaborazioni.

NB: Molti argomenti esposti di seguito faranno riferimento a concetti spiegati nelle varie sezioni del blog. In caso di problemi a seguire alcuni termini presenti nella guida, si consiglia di approfondire le relative tematiche delle sezioni: Gestione del Colore, Fotografia Digitale e Sviluppo RAW.

OTTIMIZZARE LA QUALITA' DI UN'IMMAGINE
Per ottenere immagini fotografiche digitali di ottima qualità tecnica bisogna rispettare alcuni criteri di base:

- Monitor di buona qualità, ben calibrato e profilato.
- Costruzione di un profilo fotocamera tramite ColorChecker.
- Scatto ben bilanciato e ben esposto (evitando le sotto-esposizioni).
- Sviluppo RAW (in questa guida ci riferiremo a Lightroom).
- Esportare il RAW in formato TIFF a 16bit per canale con spazio colore ProPhotoRGB.

Analizziamoli uno per uno.

MONITOR BEN CALIBRATO E PROFILATO
Disporre di un buon monitor, progettato appositamente per la fotografia, è l'unica sicurezza su cui possiamo far affidamento durante il processo fotografico digitale. Sarebbe solo una perdita di tempo fare regolazioni fini sull'immagine in fase di sviluppo RAW sapendo che poi ciò che si vede ad occhio non sarà corretto proprio a causa: o della bassa qualità dello schermo, o dell'assenza di una buona calibrazione e profilazione del dispositivo.

In questo articolo del blog, si era parlato a grandi linee di come si calibra e profila un monitor. Nel caso di stampa Fine Art è però necessario impostare dei parametri per la calibrazione che permettano di rispecchiare la realtà della stampa. I parametri per la calibrazione riguardano:

- Temperatura colore del punto di bianco (misurata in °K, o riferita agli illuminanti CIE: D50, D65, ecc..).
- Luminanza massima del punto di bianco (misurata in candele su metro quadro).
- Rapporto di contrasto (200:1, 250:1, 300:1, ecc..).
- Gamma (1.8, 2.2, L*, ecc..).

E' molto importante osservare che la massima luminanza del punto di bianco è strettamente collegata al rapporto di contrasto. Il rapporto di contrasto indica infatti la differenza tra il valore luminoso massimo (pixel bianchi) ed il valore luminoso minimo (pixel neri). La sigla 250:1 significa che il punto di bianco ha luminanza 250 volte maggiore del punto di nero (tradotto in termini fotografici si può dire che la gamma dinamica del monitor sarebbe in questo caso di circa 8 stop. Infatti 2^(8) fa 256).

Anche le stampe fotografiche hanno una loro gamma dinamica (e quindi un rapporto di contrasto), che dipende dalla densità massima dell'inchiostro nero su carta e dal bianco carta.

Come linea guida generica, si deve tenere in considerazione che una stampa FineArt digitale eseguita su carta opaca, 100% cotone, ha un rapporto di contrasto che può variare da circa 100:1 fino a circa 150:1, mentre una stampa FineArt eseguita su carta fotografica lucida o semi-lucida ha un rapporto di contrasto che può variare da circa 200:1 fino a circa 280:1. E' quindi necessario calibrare il monitor con un rapporto di contrasto simile, o per lo meno non troppo distante da tali valori, dato che, se si impostassero valori molto più elevati, si profilerebbe un dispositivo che poi riproduce i contrasti in maniera molto differente rispetto a quanto si otterrà in stampa. Usare rapporti di contrasto simili tra monitor e stampa permette di avere una valutazione visiva più precisa durante le operazioni di elaborazione dell'immagine.

In merito a quanto esposto, un buon compromesso è quello di calibrare il monitor con un rapporto di contrasto di circa 250:1, o ad ogni modo non superiore a 300:1. Per fare ciò sarà necessario usare valori di luminanza del punto di bianco relativamente bassi. Molto probabilmente si può raggiungere il risultato voluto usando valori di luminanza massima di circa 100-120 cd/m2.

Riguardo gamma e temperatura colore, la scelta classica consigliata resta quella di impostare valori di gamma 2.2 (alcuni monitor professionali possono essere calibrati anche con gamma riferita alla luminosità Lab, ossia L*) ed illuminante D65.

Ricapitolando, per costruire un profilo monitor che sia fedele alla resa in stampa e che rispetti le specifiche richieste dalla norma ISO 3664:2009, si devono impostare i seguenti valori di calibrazione:

- Temp. Colore del Punto di Bianco: D65
- Luminanza del Punto di Bianco: 100 (oppure 120) cd/m2
- Rapporto di contrasto: tra 200:1 e 300:1
- Gamma: 2,2 (oppure L*)

PROFILO FOTOCAMERA CON COLORCHECKER
Come già esposto in questo articolo, costruire un profilo personale che descriva la propria fotocamera è un passaggio altrettanto fondamentale nel caso in cui si voglia ottenere buona accuratezza nella rappresentazione dei colori prodotti dal sensore digitale.

SCATTO BEN BILANCIATO E BEN ESPOSTO
Tutti i sensori digitali lavorano a gamma lineare (ossia registrano la Luminanza), mentre la percezione visiva dell'occhio umano ha gamma non lineare (si usa infatti il parametro Chiarezza). Tale discrepanza vede la necessità di effettuare un "adeguamento di gamma" sui dati RAW (operazione eseguita in automatico all'apertura del RAW negli appositi software), in modo che l'immagine visualizzata a monitor sia come il nostro occhio è abituato a vedere le cose, e non come il sensore le cattura. Ecco quindi che quello che per noi è un tono medio (50% di Chiarezza), per il sensore è un valore luminoso scuro (18% di Luminanza):



Vediamo brevemente cosa implica tale aspetto costruttivo.

Se un sensore lavora, ad esempio, a 12 bit significa che metterà a disposizione 2^(12) = 4096 livelli per memorizzare le informazioni luminose catturate da ogni cella sensibile. Ma, in riferimento a quanto abbiamo appena visto riguardo luminanza e chiarezza, ciò vuol dire che userà 737 livelli (18% di luminanza) per registrare dettagli che vanno dal nero a ciò che noi percepiamo come tono medio (50% di chiarezza) e 3359 livelli (il restante 82%) per registrare dettagli che vanno dal tono medio al bianco. Di conseguenza, le zone che vanno dallo 0% al 50% di chiarezza saranno decisamente molto più povere di dettaglio rispetto alle zone che vanno dal 50% al 100% di chiarezza.

C'è poi da ricordare che nelle zone in ombra il segnale utile (quello generato dalle celle sensibili) sarà molto debole, di potenza equiparabile al segnale prodotto dal rumore elettronico, e dunque si andrà a sovrapporre vistosamente a quest'ultimo. Nelle zone in luce, invece, il segnale utile sarà molto più potente del rumore (che quindi sarà praticamente annullato).

In definitiva, in fotografia digitale bisogna sempre evitare le sotto-esposizioni se si vogliono ottenere immagini ricche di dettaglio e quasi esenti dal rumore.

SVILUPPO RAW SU LIGHTROOM
In riferimento a questo articolo del blog, era stato spiegato che Lightroom ci permette di eseguire lo sviluppo RAW lavorando in uno spazio colore denominato RIMM RGB (che è un ProPhotoRGB con gamma=1, ossia lineare) mentre le anteprime di immagine ed istogramma visualizzate a monitor sono mappate in MelissaRGB (che è un ProPhotoRGB con gamma=2,2).

Il motivo per cui software come Lightroom usano profili standard di lavoro così ampi, è quello di garantire fedeltà di rappresentazione dei colori che un sensore digitale è in grado di produrre. Profili standard come AdobeRGB, o ancora peggio sRGB, sarebbero troppo piccoli per tale scopo !

Sapere che Lightroom lavora in RIMM RGB e che l'istogramma è una rappresentazione dell'immagine come se fosse esportata e convertita in MelissaRGB (che ha lo stesso gamut del RIMM RGB) è un altro degli aspetti importanti da conoscere. Per capire meglio quanto sia importante questa peculiarità di Lightroom consideriamo il caso in cui, durante uno sviluppo RAW, attiviamo gli indicatori sul taglio dei bianchi e dei neri in modo da poter fare le dovute valutazioni visive sulle regolazioni. Finito lo sviluppo (se abbiamo fatto le cose per bene), ci troveremo con un istogramma ben bilanciato e privo di difetti evidenti. Ma cosa succede se questo RAW lo esportiamo, ad esempio, in sRGB ? Per le conversioni colore di export, Lightroom è costretto ad usare sempre l'intento colorimetrico relativo (vedere questo articolo). Ciò accade perchè nelle conversioni colore tra profili ICC a matrice V2 (cioè tutti i profili standard usati dai software Adobe) non è possibile sfruttare l'intento percettivo. E, dato che viene eseguita una conversione colore da uno spazio di origine molto ampio (RIMM RGB) ad uno spazio di destinazione ben più piccolo (sRGB), la conseguenza di tale intento di rendering sarà quella di ritrovarsi un'immagine esportata con aree posterizzate e tagliate.

I seguenti istogrammi, riferiti al RAW in fase di sviluppo su Lightroom ed al TIFF esportato in sRGB ed aperto su Photoshop della medesima fotografia, chiariscono quanto appena detto:



Osseviamo che eravamo in una situazione, su Lightroom, in cui l'istogramma conteneva ogni singolo pixel della fotografia senza mostrare parti tagliate nè sui neri nè sui bianchi (anzi, mancavano addirittura alcune informazioni sulle ombre molto profonde e sulle alte luci, fatto constatabile dai "buchi" presenti in tali zone dell'istogramma). Ma in seguito alla decisione di esportare il RAW in sRGB, si sono create aree completamente tagliate sia a destra che a sinistra dell'istogramma (che sull'immagine corrisponderanno a zone bruciate o piatte, cioè di colore completamente uniforme) proprio a causa della conversione con intento colorimetrico relativo.


ESPORTARE IN FORMATO TIFF A 16BIT PER CANALE CON SPAZIO COLORE PROPHOTO RGB
Visto che, per riuscire a mantenere fedeltà sui colori catturati da un sensore digitale, Lightroom usa spazi colore con stesso gamut del ProPhotoRGB, sarà nostro compito continuare a mantenere tale caratteristica. E ciò diventa possibile solo se si esporta l'immagine con profilo ProPhotoRGB. Ma il ProPhotoRGB (a causa del suo ampio gamut) richiede obbligatoriamente l'utilizzo di informazioni a 16bit per canale.

In definitiva possiamo concludere che i RAW sviluppati devono essere esportati in formato TIFF, con profilo ProPhotoRGB e profondità colore a 16bit per canale. Queste saranno le immagini pronte per essere riprodotte con i nostri sistemi di stampa Fine Art.

NB: Durante l'export dei RAW non si devono effettuare ridimensionamenti e non si devono applicare algoritmi di nitidezza. E' importante che le immagini conservino dimensione in pixel e nitidezza originali. Qualsiasi aggiustamento che riguarda Dimensione, Risoluzione e Nitidezza/Maschera di Contrasto non sono compito del fotografo, bensì del laboratorio in fase di pre-stampa !

CONFRONTO TRA PROFILI STANDARD E PROFILI DI STAMPA
Tutti gli sforzi fatti finora per conservare un'accurata descrizione dei colori prodotti da una fotocamera digitale e delle regolazioni di sviluppo RAW, devono essere giustificati anche dalle caratteristiche dei profili di stampa.

E' infatti noto che ogni tecnologia di stampa è in grado di rappresentare un numero ben limitato di colori. Per esempio, stampe fotografiche amatoriali e/o tipografiche sono generalmente caratterizzate da gamut di stampa che non riescono a coprire nemmeno l'sRGB.

I sistemi progettati appositamente per la stampa FineArt invece riescono a far uso di particolari tipi di inchiostro che garantiscono un'ampia copertura nella riproducibilità dei colori.

Nei seguenti grafici vediamo un esempio di un profilo costruito per le nostre stampanti Fine Art, in confronto all'AdobeRGB ed al ProPhotoRGB:

Vista 2D di un profilo di stampa fineart su carta baritata (contorno irregolare) e del profilo standard AdobeRGB (triangolo):



Sezioni in 3D di confronto tra un profilo fine art per carta baritata (solido pieno) e profilo standard AdobeRGB (solido a fil di ferro):





Vista in 3D di un profilo fine art per carta baritata (solido pieno) e il profilo standard ProPhotoRGB (solido a fil di ferro):



Si vede chiaramente che il gamut del profilo di stampa è ben più esteso dell'AdobeRGB, mentre l'unico profilo standard in grado di contenere tutti i colori rappresentabili in stampa è il ProPhotoRGB.

Ecco quindi che, in perfetto accordo a tutto il flusso descritto finora riguardo lo sviluppo RAW, possiamo dire che la miglior fedeltà in termini di riproducibilità in stampa dei colori contenuti nell'immagine si può ottenere solo se si usa il ProPhotoRGB !


USARE MELISSA RGB ANZICHE' PROPHOTO RGB
L'alternativa all'utilizzo del ProPhotoRGB (che ha gamma=1,8) è quello di esportare i RAW sviluppati usando il profilo standard MelissaRGB (che ha gamma=2,2). Per far questo è però necessario scaricarlo ed installarlo nella relativa cartella del sistema operativo del computer, dato che non è disponibile di default.

Per scaricare il profilo MelissaRGB.icc fare click QUI.

In riferimento al sistema operativo in uso, bisogna copiare il profilo ICC nella relativa cartella di sistema:

Windows: /Windows/System32/Spool/Drivers/Color
Mac: /User/Library/ColorSync/Profiles

NB: Per gli utenti Windows, è anche possibile fare click-destro sul profilo e scegliere Installa Profilo per farlo posizionare automaticamente nella corretta cartella di sistema.

Dopo aver installato il profilo ICC, bisogna poterlo inserire tra le scelte disponibili nel menù a comparsa della finestra di Export su Lightroom. E' sufficiente fare click su "Altro...":



spuntare la casella "Includi profili di visualizzazione" e spuntare la casella relativa a "MelissaRGB":



A questo punto il nuovo profilo verrà reso sempre disponibile come scelta di export:



PROBLEMI CHE SI POSSONO VERIFICARE USANDO PROFILO PROPHOTO RGB O MELISSA RGB
Come ultime osservazioni, discutiamo eventuali problematiche che si possono introdurre nelle fotografie in seguito alla scelta di usare spazi colore come il ProPhotoRGB o il MelissaRGB (e che, ovviamente, vanno evitate nella maniera più assoluta).

Considerato l'ampio gamut che caratterizza questi due spazi colore standard (i primari R,G,B sono definiti addirittura oltre i limiti del percepibile umano), bisogna fare attenzione a non accentuare le caratteristiche originali dell'immagine riguardo la saturazione dei colori. Per tale motivo è meglio limitarsi ad un corretto sviluppo RAW, evitando ulteriori elaborazioni sul TIFF esportato ed aperto su Photoshop !

L'eventuale utilizzo di Photoshop deve limitarsi a modifiche di tipo compositivo sull'immagine, non a modifiche su contrasti, luminosità e saturazione/vividezza. Anche la semplice introduzione di una curva su Photoshop, che abbia l'intento di aumentare leggermente il contrasto, avrebbe l'effetto di innalzare vistosamente la saturazione dei colori. Operazioni di questo tipo rischierebbero dunque di alterare i dati dell'immagine in maniera irreversibile, andando ad occupare zone all'interno del gamut del ProPhotoRGB (o MelissaRGB) che non sarebbero poi più riproducibili con alcuna tecnologia di stampa attualmente esistente.





8 commenti
Voto medio: 185.0/5
Roberto
2016-10-15 17:54:17
Grazie!
ora comincio a capirci qualcosa.
Gabriele Danesi
2016-10-15 18:25:20
Grazie a te, Roberto, per aver dedicato tempo alla lettura dell'articolo.
Alberto Privitera
2016-11-09 10:58:40
Avete fatto un'ottimo lavoro di spiegazioni. Ho seguito passo passo e penso di aver capito tutto il processo. Ora spero di riuscire a metterlo in pratica... Grazie !
tone
2017-02-02 16:56:36
Molto interessante! Bene sapere che vicino a dove abito ci sono professionisti che trattano correttamente l'immagini una ragione in più per provare a servirsene

Tone
2017-08-16 02:11:06
Ottima spiegazione, ti ringrazio di cuore per questo! Ma ho una domanda, si può fare questo profilo anche su Photoshop? oppure è necessario Lightroom?
Gabriele Danesi
2017-08-16 09:16:50
Ciao Yuliana, qualsiasi impostazione di Lightroom è applicabile anche su CameraRAW di Photoshop.
Frenk 56
2017-11-05 18:57:27
Salve volevo chiedere, a riguardo
del monitor calibrato per fotoritocco se una data marca professionale o no di quanto influenza sul prodotto finale (foto stampata)...Quello che vedo a monitor è uguale in stampa.
Grazie
Gabriele Danesi
2017-11-07 10:54:18
Ciao Frenk56, è ovvio che un monitor di fascia alta è costruito per soddisfare al meglio le esigenze del professionista. Ciò significa che ti garantirà: una migliore calibrazione (ossia una perfetta linearizzazione dell'asse dei grigi, un'accurata regolazione del punto di bianco e del punto di nero), un maggiore gamut dei colori, una più fedele riproducibilità dei colori. Ma non solo questo. Solitamente infatti i monitor di fascia alta ti permettono di effettuare calibrazioni di gamma impostati sulla luminosità Lab (L*) che è più fedele al modo con cui l'occhio interpreta la realtà, ed inoltre mettono a disposizione una calibrazione di tipo hardware. Ciò significa che il monitor ha una sua scheda video interna, con una sua LUT solitamente a 10bit, che risulta così indipendente dal computer. Un monitor calibrato in maniera hardware registra i dati al suo interno, così che può essere collegato anche su computer differenti senza bisogno di essere nuovamente calibrato. Un monitor che permette una calibrazione hardware ti fornirà infine un suo specifico software di calibrazione/profilazione.

La conclusione è che effettuare un lavoro di fotoritocco su un monitor di fascia professionale, rispetto ad un monitor di fascia medio-bassa, ti permette di avere una precisione altrimenti non raggiungibile! Ma questo sarà vero solo se il monitor risulta ben calibrato e profilato (quindi con i giusti strumenti di misura, i giusti parametri e le giuste verifiche sui risultati). Può sembrar banale ma in realtà è piuttosto comune vedere mal impostati certi parametri, oppure non fare le verifiche post-profilazione per avere un riscontro sui valori effettivi raggiunti.

Riguardo il risultato in stampa, penso sia altrettanto ovvio che se hai un super-monitor, hai super-strumenti di profilazione, fai tutto il lavoro di calibrazione in maniera super-corretta, ma poi non stampi da chi è in grado di garantirti qualità e precisione di rappresentazione, sia sui colori che soprattutto sulla linearizzazione dell'asse dei grigi, allora il castello non si regge più in piedi.

Gabriele Danesi

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