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Storia della Fotografia - Dall'invenzione della Camera Oscura alla Fotografia Digitale

Gabriele Danesi Fine Art Studio
Pubblicato da in Tecnica Fotografica ·
Tags: storiafotografia

L'INVENZIONE DELLA CAMERA OSCURA

Quella che possiamo considerare come "prima tappa" nella Storia della Fotografia, fu senz'altro l'invenzione della Camera Oscura. In realtà, però, non ci sarebbe nemmeno da parlare di vera e propria invenzione, dato che l'uomo è stato solo abile nell'imitare ciò che la natura aveva già creato, ossia l'occhio umano.

Sembra che il primo ad aver concepito il principio di camera oscura sia stato Aristotele, nel IV secolo a.C., allo scopo di osservare un'eclissi di Sole, ed anche grazie a ciò che sappiamo riguardo le sue osservazioni sulla luce, sui colori e sul senso della vista. Nel 1039 l'erudito arabo Alhazan Ibn Al-Haitham la usò anche lui per osservare un'eclisse. Lo stesso fece il monaco francese Guglielmo di St. Cloud il quale si servì della camera oscura per osservare l'eclisse solare del 5 giugno 1285.

Nel 1515 Leonardo da Vinci, studiando la riflessione della luce sulle superfici sferiche, descrisse una camera oscura che chiamò Oculus Artificialis (occhio artificiale). L'oculus artificialis, usato per studiare l'eclissi solare del 24 gennaio 1544, fu schematizzato ed illustrato dallo scienziato olandese Rainer Geinma Frisius:



In quegli anni, e nei secoli successivi, la camera oscura venne utilizzata soprattutto dagli artisti del Rinascimento per proiettare l'immagine del mondo esterno su una parete, così da poter disporre di un campione di riferimento per realizzare disegni e dipinti. Si sa ad esempio che Raffaello ne fece ampio uso e con lui tutti quegli artisti che avevano necessità di riprodurre in maniera fedele le ampie prospettive dei paesaggi.

Nel 1550 il filosofo e fisico pavese Girolamo Cardano ottenne un'immagine più nitida applicando al foro anteriore della camera oscura una lente convessa. Fu il primo passo verso l'utilizzo dei sistemi lenticolari, il primo vero e proprio antenato dell'obiettivo fotografico. Tre anni dopo, il fisico napoletano Giambattista Della Porta descrisse, nel suo libro Magia Naturalis, un apparecchio con lente e con specchio riflettore per il raddrizzamento dell'immagine sul piano orizzontale superiore, costituito da un vetro smerigliato. Fu la nascita del principio che poi darà origine ai moderni apparecchi reflex.

Gli studiosi italiani del Rinascimento contribuirono in modo notevole a porre i fondamenti ottici della moderna fotografia. Nel Seicento divenne frequente l'uso della camera obscura portabilis: una scatola con una lente da una parte ed uno schermo di vetro smerigliato dall'altra, cosicché l'immagine poteva essere vista dall'esterno della camera. Nel 1620 Giovanni Keplero usava una specie di tenda da campo come camera obscura. Una lente ed uno specchio sulla sommità della tenda rinviavano l'immagine su un piano all'interno. Keplero poteva così effettuare i suoi rilievi topografici.

Gli artisti del seicento facevano largo uso della camera obscura sia per disegnare ritratti che paesaggi. Una camera oscura gigante fu costruita per tale scopo nel 1646 ad Amsterdam dall'olandese Athanasius Kircher; le dimensioni erano tali che il disegnatore poteva entrarvi all'interno. Un piccolo buco su una parete consentiva alla luce di proiettare il paesaggio esterno sulla parete opposta. Il disegnatore in piedi tracciava su un grande foglio steso sulla parete i tratti del paesaggio. Il disegno veniva poi completato nello studio dell'artista:



Kircher intuì che il fenomeno di proiezione poteva avvenire anche al contrario, tant'è che ideò la cosiddetta lanterna magica, un proiettore di disegni che fu l'antenato dei moderni proiettori cinematografici.

Finalmente, nel 1685, il tedesco Johann Zahn realizzò una camera oscura di tipo reflex. Aveva posizionato all'interno uno specchio, collocato a 45° rispetto alla lente dell'apertura, che rifletteva l'immagine su un vetro opaco. Ponendo un foglio da disegno sul vetro, era possibile ricalcare i contorni visibili dell'immagine così proiettata. Zahn costruì in seguito una macchina più piccola e trasportabile ovunque. Uno strumento di grande ausilio per disegnatori tecnici e pittori che continuò ad essere usato per almeno due secoli:



Esso si basava sullo stesso identico principio grazie al quale funzionano oggi le moderne fotocamere reflex.

LA NASCITA DELLA FOTOGRAFIA

La scoperta e l'utilizzo della camera oscura fu certamente il primo passo che porterà alla nascita della fotografia, ma ovviamente ciò non è sufficiente a definire il concetto stesso di fotografia (dalle parole greche "luce" e "scrittura", ossia "scrivere con la luce", "disegno di luce"). Acquisita la tecnica per proiettare un'immagine di luce, manca ancora la possibilità di poterla trasferire in maniera stabile su un supporto. Per capire come si arrivò a questo risultato, bisogna quindi partire dagli esperimenti di quella pseudo-scienza da cui poi nacque la moderna chimica, cioè l'alchimia.

Alla fine del Medioevo, gli alchimisti, facendo riscaldare cloruro di sodio (sale da cucina) insieme all'argento, avevano scoperto che dal sale si liberava un gas, il cloro, il quale combinandosi con l'argento, provoca la formazione di un composto, il cloruro d'argento, che è bianco nell'oscurità, ma che diventa quasi nero quando viene esposto ai raggi del Sole.

L'inglese Robert Boyle (1627-1691),



uno dei fondatori della Royal Society, già nel XVI secolo aveva notato che il clorato d'argento diventa scuro in certe circostanze, ma aveva creduto che a causare il mutamento di colore fosse l'aria e non la luce.

Fenomeni analoghi vennero indagati, nei primi anni del '600, dall'italiano Angelo Sala (1576-1637)



il quale aveva rilevato che la polvere di nitrato d'argento viene annerita dal Sole. Non riuscì però a portare a termine alcuna applicazione pratica del fenomeno.

Ed un analogo effetto fu riscontrato su altre sostanze quali il bromuro d'argento, lo ioduro d'argento, l'asfalto. Era quindi naturale che, ad un certo punto, nascesse l'idea di utilizzare la proprietà dei raggi luminosi per ottenere immagini sulla superficie di sostanze sensibili alla luce.

Nel '700 illustri chimici tentarono di risolvere il problema ma, più che immagini, riuscirono a ottenere contorni di immagini, silhouettes. Il termine silhouette deriva da Étienne de Silhouette, un ministro della finanza francese iniziatore della moda di farsi fare il ritratto per mezzo di un pezzo di carta scura tagliata con le forbici sul contorno della propria immagine ed incollata su carta chiara:



Fu il chimico tedesco Johann Heinrich Schulze (1687-1744)



che battezzò con il nome di fotografia il procedimento da lui inventato: su una piastra metallica ricoperta di cloruro d'argento ed esposta alla luce, si posava il corpo di cui si voleva ottenere la silhouette, una mano per esempio. Le parti della piastra coperte dalla mano restavano bianche, mentre il resto si anneriva, lasciando il contorno esatto della mano. Ma quando la mano veniva tolta, anche la sua immagine si anneriva e si cancellava. Era il 1727.

Negli anni successivi, esperimenti di questo tipo si moltiplicavano a vista d'occhio, ma ancora senza alcun risultato pratico (spesso anzi erano pretesto per divertimenti da salotto).

Ci fu, fra l'altro, un fatto molto curioso. Uno scrittore francese, Tiphaigne de la Roche (1729-1774) pubblicava nel 1760 un racconto (che oggi catalogheremo come fantascienza) intitolato Giphantie (dall'anagramma del suo nome di battesimo)



nel quale descriveva un meraviglioso Eden a nord della Guinea. Qui un esploratore è accompagnato da una guida molto sapiente, la quale espone in perfetto stile scientifico quelle che, a distanza di un secolo, diverranno le teorie fondamentali della fotografia:

"I raggi di luce, i quali vengono riflessi da corpi diversi, formano un' immagine e disegnano i corpi sopra ogni superficie lucida come fanno sulla retina dell'occhio, sull'acqua o sul vetro. Gli spiriti primigeni sono riusciti a fissare queste fuggevoli immagini: hanno composto una materia sottile, molto viscosa, capace di indurirsi e dì essiccarsi, con la quale un ritratto può essere fatto in un batter d'occhio".

E qui la pagina del racconto si avventura in una precisazione a dir poco sorprendente. Aggiunge infatti la guida:

"Spalmano di questa materia un pezzo di tela e lo pongono di fronte all'oggetto che pensano di ritrarre. La tela agisce innanzitutto come uno specchio e riflette tutte le figure vicine e lontane la cui immagine può essere trasmessa dalla luce. Ma, a differenza di quanto può fare lo specchio, la tela, per mezzo dello strato viscoso, conserva l'immagine. La tela doveva poi essere trasportata in un locale buio dove la vernice, asciugandosi nel termine di un'ora, assicurava un'immagine indelebile, di grande bellezza e perfezione".

Non sappiamo se l'autore del libro abbia avuto qualche sogno precognitore e se il libro abbia creato scalpore tra i lettori. Ciò che tuttavia possiamo affermare con sicurezza è che c'era in Giphantie tutto ciò che in seguito sarebbe diventato di conoscenza comune, compresi persino alcuni accenni alla teoria della durata di esposizione ed alla camera oscura di sviluppo.

All'inizio dell'800, l'inglese Thomas Wedgwood (1771-1805),



figlio di un noto ceramista, riuscì ad ottenere deboli immagini su pelle bianca sensibilizzata col nitrato d'argento. Non riuscì però a fissarle in modo stabile e le sue "fotografie" potevano essere viste solo furtivamente alla luce di una candela. Appena esposte alla luce semplicemente svanivano.
Nella sua relazione, presentata nel 1802 alla Royal Society britannica, Wedgwood scrisse:

"La copia di un'immagine immediatamente dopo essere stata ripresa deve essere mantenuta in un luogo oscuro. Può essere esaminata nella penombra, ma solo per pochi minuti".

Wedgwood morì tre anni dopo, a soli 37 anni, senza poter portare a termine i suoi studi. Ancora qualche anno di sperimentazioni e forse sarebbe riuscito nell'intento di rendere stabili le sue immagini, guadagnandosi la paternità della fotografia.

Il fissaggio delle immagini ottenute con sistema fotochimico restava un problema ancora tutto da risolvere nel 1814, anno in cui Joseph Nicéphore Niépce,



nella sua casa di campagna a Gras, presso Chálon-sur-Saóne, sperimentava un nuovo sistema per semplificare l'incisione sul metallo. Niépce, che dal 1801 si era dedicato interamente alle ricerche scientifiche, aveva concentrato il suo interesse sulla litografia, il procedimento di stampa a mezzo di pietra incisa inventato dal tedesco Alois Senefelder intorno al 1796 e introdotto in Francia nel 1814 dal conte Charles Philippe Lasetvrie du Saillant. Subito Niépce pensò di perfezionare quel sistema tipografico. Anzitutto sostituì la pietra con una lastra di stagno.

"Poi - racconta un suo biografo - gli venne in mente di sostituire anche la matita tipografica e allora un'idea strana, fantastica, si impadronì di lui: trovare un mezzo per indurre la luce a fare il disegno".

Prese una lastra di rame argentato, la ricoprì di un sottile strato d'asfalto (il cosiddetto bitume di giudea, usato dagli incisori perché molto resistente agli acidi) e la collocò in una cassetta di legno, che funzionava da camera oscura, di fronte a una tavola disegnata o dipinta. Dopo una giornata, le parti dello strato di bitume che erano rimaste "impressionate" (cioè esposte all'azione della luce riflessa dalle zone più chiare del dipinto) erano diventate bianche, mentre le altre non mutavano colore, restavano nere. Allora Niépce immerse la lastra in un bagno d'essenza di lavanda (che scioglie il bitume non impressionato lasciando intatto quello impressionato). Sulla lastra di rame argentato restava così l'immagine in negativo composta dal bitume impressionato. Niépce chiamò eliografia tale procedimento.

Ma questo primo risultato non era lo scopo finale cercato dall'inventore. Niépce voleva preparare lastre per la stampa. Perciò egli stese, sulla lastra trattata, un acido destinato a incidere le parti del metallo messe a nudo, lasciando inalterate le parti ancora ricoperte dal bitume. Il bitume veniva poi tolto e le parti del metallo da esso protette presentavano, in rilievo, la riproduzione (sempre in negativo) del disegno. La lastra era così pronta per la tipografia.

Ben presto Niépce fu tentato di applicare il suo procedimento alla fotografia. Inizialmente seguì la linea di Schultze e del chimico inglese Thomas Wedgwood. Riprodusse disegni e stampe resi trasparenti spalmandoli con oli e vernici ed applicandoli su lastre ricoperte di sostanze sensibili alla luce. Poi cominciò a usare la camera oscura per ritrarre immagini dal vivo.

Il 5 maggio 1816 così scriveva al fratello Claude:

"Ho messo il mio apparecchio sulla finestra aperta della stanza dove lavoro, dirigendolo verso la piccionaia. Ho fatto l'esperimento nel mio solito modo e ho ottenuto sulla carta bianca quella parte della piccionaia che si vede dalla finestra ed una debole immagine anche di questa, che era meno illuminata".

Ventitre giorni dopo, il 28 maggio, applica all'obiettivo un rudimentale diaframma che renderà più nitida l'immagine.

Per cinque anni Niépce lavora accanitamente alla ricerca di materie più sensibili all'azione della luce tentando di tutto: il nitrato al cloruro d'argento, il perossido di manganese, il cloruro di ferro, ìl "safran de Mars", il fosforo, la cocciniglia. Il 3 settembre 1824 riesce infine a fissare solo i contorni di un paesaggio. E finalmente nel 1826 riesce ad ottenere quella che può essere considerata la "prima vera fotografia" (oggi conservata presso l'Università del Texas ad Austin, USA) proprio da quella finestra dove un decennio prima aveva posto il suo apparecchio. Posa di ben otto ore su una lastra di peltro per eliografia, spalmata di bitume di giudea e posta all'interno della sua camera oscura con diaframma. E alla fine l'immagine era lì sotto i suoi occhi:



La prima fotografia del mondo era impressa, in positiva diretta, su una lastra di peltro lucidata. In quel momento Niépce realizzava il suo sogno, che era stato anche quello di quanti lo avevano preceduto: il sogno antico e affascinante di disegnare senza pennelli, direttamente con la luce.

L'anno dopo si reca alla Royal Society di Londra per esporre il suo procedimento che volle chiamare eliografia. Ma si rifiuta di svelarlo per intero e, per difetto di documentazione, non viene accolto agli atti.

Un'altra famosa eliografia eseguita da Niépce, nel 1829



ottenuta stendendo bitume di giudea su vetro.

IL DAGHERROTIPO

Louis Jacques Mandé Daguerre (1787-1851),



dominato fin dall'infanzia dalla vocazione per la pittura, abbandonò il paese natale, Cormeilles, per dirigersi a Parigi, dove divenne allievo di un famoso scenografo e ne seguì le orme acquistando ben presto perizia e fama.

I suoi studi riguardo la pittura, la prospettiva e l'ottica, lo portarono di fronte al problema del fissaggio delle immagini ottenute per azione della luce. Ed apprese, nel gennaio del 1826, che questo problema era stato risolto, già da qualche anno, da Niépce. Entrò subito in corrispondenza con lui ottenendo diversi saggi, e Niépce, a sua volta, espresse il desiderio di conoscere i risultati di analoghi esperimenti annunciati da Daguerre. Ma questi non volle inviargli nessun campione dei propri lavori, benché continuasse ad affermare di aver scoperto un procedimento diverso da quello di Niepce, anzi superiore.

Al primo incontro tra Niépce e Daguerre del 1827 ne seguirono altri, sempre più frequenti, finché, avendo Daguerre affermato di avere apportato alla camera oscura un perfezionamento considerevole tale da costituire un procedimento più semplice e sicuro per il fissaggio delle immagini, Niépce gli propose di unire i loro sforzi.

Il 5 dicembre 1829 Niépce e Daguerre firmano un contratto che comincia con queste parole:

"Il signor Niépce, desiderando fissare con un nuovo mezzo, senza ricorrere a un disegnatore, le vedute che offre la natura, ha compiuto ricerche in proposito. Numerosi esperimenti che provano questa scoperta ne sono il risultato. La scoperta consiste nella riproduzione spontanea delle immagini ricevute nella camera oscura. Il signor Daguerre, al quale egli ha rivelato la sua scoperta, avendone valutato tutto l'interesse, tanto più che essa è suscettibile di un grande perfezionamento, offre al signor Niépce di unirsi a lui per giungere a questo perfezionamento e di associarsi per trarre tutti i vantaggi possibili da questo nuovo genere di industria ".

Daguerre riesce a interessare alle sue ricerche un insigne fisico e astronomo, François Jean Dominique Arago,



insegnante al Politecnico di Parigi, che appena ventitreenne era stato chiamato a far parte dell'Accademia delle Scienze. Ed è Arago, persona influente e politicizzata, che, il 19 gennaio 1839, comunica all'Accademia delle Scienze l'invenzione di Daguerre limitandosi a citare la collaborazione da parte di Niépce. L'annuncio suscita grande entusiasmo e la fortuna di Daguerre cresce in modo rapidissimo, mentre la figura di Niépce resta in ombra.

Da quel momento in avanti, la fama di Daguerre crescerà sempre più. Viene nominato ufficiale della Legion d'Onore, l'imperatore d'Austria gli regala una grande medaglia d'oro ornata di brillanti, varie Accademie d'Europa lo eleggono loro membro onorario. Daguerre farà molta fortuna e vivrà di rendita per il resto della vita in una lussuosa villa di campagna, venerato come un maestro e occupato fino all'ultimo nel perfezionare i suoi procedimenti.

Ma l'annuncio dato all'Accademia delle Scienze da Arago nel lontano 1839 suscitò anche molte proteste. Furono in molti a rivendicare la paternità dell'invenzione del fissaggio delle immagini create dalla luce. Il parroco tedesco Hofmeister disse di esservi arrivato cinque anni prima. Il francese Gauné addirittura dodici anni prima. Gli inglesi Towson e Reade, rispettivamente nel 1830 e 1836.

E come se non bastasse, il successo di Daguerre fece sì che chi veramente aveva fatto molto per la fotografia, rimase completamente in disparte. Si trattava di Hippolyte Bayard (qui sotto rappresentato in un suo "autoritratto come annegato")



e del già citato Niépce. Bayard era un modesto impiegato al Ministero delle Finanze di Parigi ed era tanto riservato e umile che i colleghi non sapevano nulla dei suoi esperimenti serali a lume di lucerna. Quando si sparse la notizia dell'invenzione di Daguerre nel 1839, egli si decise a rendere noti i risultati degli esperimenti condotti diversi anni prima: aveva ottenuto immagini fotografiche positive su carte al cloruro d'argento. Il 24 giugno dell'anno stesso dell'annuncio di Arago, espose al pubblico, nelle vetrine di un magazzino di Parigi, trenta fotografie. Ma restò comunque quasi inosservato. Pare che Arago l'abbia ricevuto per convincerlo dello scarso valore delle immagini su carta da lui ottenute. Si dice anche che Arago sia arrivato a dare al povero Bayard una mancia di 600 franchi perché lasciasse perdere, invitandolo a dedicarsi anche lui al dagherrotipo. Insieme ad Hippolite Bayard non ottennero né successo né gloria anche Nadar, Disderi ed altri.

Ma vediamo come arrivò Daguerre alla scoperta del suo procedimento, che venne appunto denominato dagherrotipo.

Messo al corrente sui dettagli del procedimento eliografico di Niépce, Daguerre lo perfezionò al punto da meravigliare lo stesso Niépce. Il giovane inventore cominciò per prima cosa a sostituire il bitume con una sostanza più untuosa, la resina, che ottenne distillando essenza di lavanda sciolta in alcool. Poi, invece di lavare la lastra, la espose a vapori d'olio di petrolio. Il vapore si condensava in goccioline sulle parti rimaste in ombra, le scioglieva e le rendeva trasparenti: mentre non intaccava le parti esposte alla luce, che conservavano la loro morbidezza naturale e riproducevano anche le parti chiare dell'immagine.

"E' così - disse Daguerre - che sono riuscito a ottenere, mediante l'azione più o meno accentuata del vapore sulla sostanza, la gradazione delle tinte."

Dopo circa un anno di collaborazione con Niépce, a Daguerre capita il proverbiale colpo di fortuna: per puro caso, dimentica un cucchiaio su una lastra argentata, preparata con ioduro. Dopo un po' di tempo, si accorge che sulla lastra è rimasto, nitido, il disegno del cucchiaio. Da ciò la scoperta della sensibilità dello ioduro d'argento alla luce. E proprio in quel tempo (è il 1833) Niépce viene a mancare, colpito da trombosi cerebrale. Muore povero e ignorato.

In seguito alla casuale e fortunata scoperta, Daguerre seguita ad esporre alla luce del Sole le lastre preparate con ioduro d'argento (esposizioni che richiedevano molte ore). Ed ecco un altro colpo di fortuna: un giorno il cielo è nuvoloso e piovoso, condizione decisamente sfavorevole per i suoi esperimenti. Daguerre toglie quindi le lastre dalla finestra e le sistema in un armadio. Ma quando va a ritirarle, qualche giorno dopo, si accorge con enorme sorpresa che, dopo un'esposizione alla luce di appena quindici minuti, esse danno immagini limpide, già fissate e sviluppate.
Daguerre capisce che dentro l'armadio, dove conservava numerosi composti e miscele chimiche, si doveva trovare la spiegazione di quel miracoloso effetto. Con minuziosi tentativi prova tutte le soluzioni che ha nell'armadio e non impiegherà molto tempo a scoprire che la causa di tutto è stato un recipiente di mercurio, dal quale si sviluppavano, entro l'armadio, vapori aventi la proprietà di svelare e fissare definitivamente l'immagine.

I perfezionamenti da lui escogitati sono tanto considerevoli che ormai egli giudica essere venuto il momento di farsi conoscere come l'unico inventore della nuova arte. Ma nel contratto firmato con Níepce nel 1829 c'era scritto:

"Articolo 1: vi sarà, tra i signori Niépce e Daguerre, società sotto ragione di commercio "Niépce-Daguerre", per cooperare al perfezionamento della scoperta, inventata dal signor Niépce e perfezionata dal signor Daguerre.

Articolo 2: in caso di morte di uno dei due assocìati, la detta scoperta non potrà mai essere resa pubblica che sotto i nomi designati nell'articolo precedente ".

Ecco allora che quattro anni dopo la morte di Niépce (avvenuta nel 1833), Daguerre furbescamente impone al figlio del socio un nuovo contratto e gli fa firmare questa dichiarazione:

"Io sottoscritto dichiaro con il presente scritto, che il signor Louis Jacques-Mandé Daguerre mi ha fatto conoscere un procedimento di cui è inventore... Questo nuovo mezzo ha il vantaggio di riprodurre gli oggetti dieci o venti volte più rapidamente di quello inventato dal signor Joseph-Nicéphore Niépce, mio padre... In seguito alla comunicazione che mi ha fatto, il signor Daguerre acconsente ad abbandonare alla società il nuovo procedimento di cui è inventore e che egli ha perfezionato, a condizione che questo nuovo procedimento porti solo il nome di Daguerre ".

E' questa appunto l'origine del nome francese daguerrotype (dagherrotipo in italiano).

Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio (il primo dagherrotipo della storia):



Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d'argento. Seguì l'esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d'argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L'immagine non risultava visibile fino all'esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l'immagine.

Si arriva così al 6 gennaio 1839, data in cui la scoperta fu resa nota con toni entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette.

Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia delle Belle Arti, venne presentato nei particolari tecnici all'assemblea e alla folla radunatesi all'esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell'immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia, anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l'analisi delle vedute. La relazione terminò con il seguente appunto di Delaroche:

"Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti."

Daguerre pubblicò un manuale tradotto ed esportato in tutto il mondo, contenente la descrizione dell'eliografia di Niépce e i dettagli della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie per realizzare dagherrotipi. Costruite in legno, furono provviste delle lenti progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16. Il costo dell'apparecchio, già corredato di obiettivo ed alcune lastre, si aggirava intorno ai 400 franchi.

Alphonse Giroux, costruì e smerciò con enorme successo i suoi apparecchi sulla cui etichetta vi era scritto:

"Nessun apparecchio è garantito se non reca la firma del signor Daguerre e il sigillo del signor Giroux".

L'apparecchio di Giroux:

L'obiettivo di Chevalier:

L'etichetta di Daguerre-Giroux:

Un francese contemporaneo riferisce:

"I negozi d'ottica erano affollati di appassionati che spasimavano per gli apparecchi di dagherrotipia e si vedevano dovunque macchine puntate su edifici. Ognuno voleva registrare la vista dalla propria finestra ed era fortunato colui che al primo tentativo riusciva ad ottenere il profilo delle cime dei tetti contro il cielo. Tutti andavano in estasi sui comignoli, contavano e ricontavano ogni tegola e i mattoni dei camini, si meravigliavano nello scorgere addirittura il cemento fra i mattoni. In una parola, tutto era così nuovo, che anche la minima prova dava una gioia indescrivibile ".

Nella sola Parigi, nel 1847, furono vendute 2000 macchine e mezzo milione di lastre. In Francia e in Inghilterra i dagherrotipisti eseguivano ritratti le cui dimensioni andavano dai 4 x 5 cm, ai 17 x 22 cm. Tali ritratti venivano poi montati su cornici di cartapesta o su astucci di metallo dorato e venduti ad un prezzo tra le due e le cinque sterline per lastra. Mentre i dagherrotipisti di professione accumulavano fortune, scrittori e artisti portavano nei loro viaggi la macchina magica per ricavarne illustrazioni per le loro opere.

Dopo che il procedimento di Daguerre venne reso pubblico nel 1839, il dagherrotipo diventò una vera e propria mania. Molti pittori abbandonarono tavolozza e pennelli per dedicarsi con assai maggior fortuna al nuovo mestiere di dagherrotipista.

Quello che si cercò di ritrarre, nella maggior parte dei casi, furono gli effetti pittorici dei paesaggi. Gli appassionati del dagherrotipo furono dominati dall'ambizione prevalente di riuscire a ottenere dei "bei quadri". Eppure, fin dagli inizi, Niépce, Daguerre e i loro seguaci avevano dimostrato che la fotografia è un'arte a sé, che ha poco o nulla in comune con la pittura.

Nel 1839 Daguerre compone la prima fotografia dove compare la figura di un essere umano (un parigino, nell'angolo in basso a sinistra, nell'atto di farsi lucidare le scarpe). Ne fece omaggio al Re di Baviera (questo daghettoripo fu conservato nel Museo Nazionale di Monaco che andò completamente distrutto nel corso della seconda guerra mondiale):



Alcuni dei migliori ritratti eseguiti con la nuova tecnica furono opera di Carl F. Stelzner. Del 1843 è il dagherrotipo che ritrae un gruppo del Circolo Artistico d'Amburgo durante una gita in campagna:



Insieme con un altro dagherrotipista, Hermann Blow, Stelzner ritrasse, nel 1842, il terribile incendio che distrusse un intero quartiere di Amburgo. Fu quello il primo reportage fotografico della storia.

IL NEGATIVO E LE PELLICOLE

Fu l'inglese William Henry Talbot (1801-1877)



a porre le basi della fotografia chimica così come la intendiamo oggi, cioè quel procedimento che tramite un negativo permette di ottenere una o più stampe positive su carta.
Nel 1833 Talbot era in vacanza sul Lago di Como e si divertiva a fare disegni con l'aiuto di una camera oscura.

"Riflettevo sull'immutabile bellezza dei quadri che la Natura offre - racconterà poi - e che le lenti della camera oscura riproducono sulla carta....quadri favolosi che però si dissolvono in un baleno. Fu facendo questi pensieri che mi venne in mente come sarebbe stato bello fare in modo che le immagini naturali si imprimessero da sole sulla carta rimanendovi fissate per sempre."

Talbot si mise al lavoro spinto da questa affascinante idea e nel 1839 (stesso anno di divulgazione del dagherrotipo, infatti anche Anche Talbot fu uno tra gli inventori che reclamò la paternità della scoperta di Daguerre riguardo il fissaggio delle immagini) rese note le prime conclusioni dei suoi studi, presentando il primo vero processo fotografico che fu denominato in inglese Talbotype (poi tradotto talbotipìa in italiano).

Tale procedimento ed il suo successivo perfezionamento chiamato Calotype (calotipia), presentato nel 1841, erano fondamentalmente basati su un processo negativo-positivo con il quale si potevano ottenere, grande novità questa, anche molte copie dalla medesima posa. Sia il negativo che la stampa positiva erano costituiti da una carta impregnata di cloruro d'argento (ioduro d'argento nella Calotipia). Fondamentale era stata la scoperta che il sale d'argento, non alterato dall'azione della luce, può essere sciolto in diverse soluzioni (sale da cucina all'origine e più tardi acido gallico). Con la carta ai sali d'argento di Talbot l'immagine della macchina fotografica si impressionava in negativo. Bastava però rifotografare il negativo di carta per invertire l'immagine, traducendola cosi in positivo.

Il contributo di Talbot per il progresso della fotografia fu notevole ed importante. Ma egli scrisse modestamente:

"Non credo di avere perfezionato un'arte, i cui sviluppi non è possibile al momento prevedere con esattezza. Penso invece di aver dato ad essa solo un inizio. Credo di avere costruito fondamenta sicure e sarà compito di mani ben più abili delle mie erigere i piani superiori".

La calotipia di Talbot rese finalmente economico il ritratto, mettendo seriamente in crisi i pittori, moltissimi dei quali abbandonarono i pennelli per imparare la nuova tecnica. La calotipia consentì, per la prima volta, sia l'ingrandimento automatico del negativo che l'inestimabile vantaggio della potenziale tiratura in un numero illimitato di esemplari. Lo stesso negativo originale poteva infatti essere rifotografato, cioè copiato in positivo con la macchina fotografica medesima, quante volte si voleva.

La tecnica inventata da Talbot portò al rapido declino dei dagherrotipi.

La prima stampa ottica su carta sensibile di Talbot (fu messa sulla copertina di "The Pencil of the Nature", la prima rivista fotografica della storia):



Lo studio fotografico di Talbot nel 1841:



Calotipia di Talbot del 1842:



Lo studio di nuovi metodi e la ricerca di materiali per migliorare il processo fotografico non si arrestò. Nel 1851 Frederick Scott Archer introdusse un nuovo procedimento a base di collodio che affiancò, ed infine sostituì, tutte le altre tecniche fotografiche. L'utilizzo del collodio e di lastre in vetro (o metallo) producevano dei negativi di qualità eccezionale. Tali negativi venivano stampati su carte albuminate o al carbone.
Le lastre al collodio necessitavano di essere esposte ancora umide e sviluppate subito dopo; questa caratteristica, se da un lato permise la consegna immediata del lavoro al cliente, richiese il trasporto del materiale e dei chimici per la preparazione delle lastre nelle attività all'esterno. Il procedimento fu denominato a lastra umida o collodio umido.

Dall'intuizione che da un negativo al collodio era possibile ottenere un immediato positivo, nacquero due tecniche fotografiche, l'ambrotipia, brevettata nel 1854 che utilizzò una lastra di vetro, e la ferrotipia, su superficie di metallo.

Ambrotipo del 1860:


Ferrotipo del 1860:


La richiesta sempre pressante di materiali, strumenti e fotografie produsse un nuovo mercato di fabbriche e laboratori specializzati. La produzione di carta albuminata richiese l'impiego, nella sola fabbrica di Dresda, di circa 60.000 uova al giorno. I laboratori fotografici divennero delle catene di montaggio dove ogni compito (preparazione lastre, sviluppo, fissaggio) era demandato ad un singolo individuo.

La necessità di produrre lenti e apparecchiature fotografiche vide la nascita e lo sviluppo di importanti aziende fotografiche, che grazie al loro impegno e sviluppo portarono numerose innovazioni anche nel campo dell'ottica e della fisica. Già nella seconda metà del 1800 furono fondate aziende importanti come la Carl Zeiss, la Agfa, la Leica, la Ilford, la Kodak e la Voigtländer.

Nel 1871 Richard Leach Maddox mise a punto una nuova emulsione, preparata con bromuro di cadmio, nitrato d'argento e gelatina. Questo nuovo materiale venne adottato solo sette anni dopo, a seguito dei miglioramenti introdotti da Richard Kennet e Charles Harper Bennet. Le lastre così prodotte permisero un trasporto più agevole perché non necessitavano più della preparazione prima dell'esposizione.

Il 1888 vide la nascita della Kodak N.1,



una fotocamera portatile con 100 pose già precaricate al prezzo di 25 dollari, introdotta da George Eastman con lo slogan:

"Voi premete il bottone, noi faremo il resto"

Inizialmente il materiale fotosensibile era cosparso su carta che, nel 1891, venne sostituita con una pellicola di celluloide avvolta in rulli, la moderna pellicola fotografica.

Inizialmente senza mirino, l'evoluzione della fotocamera portò all'introduzione di un secondo obiettivo per l'inquadratura e successivamente un sistema a pentaprisma e specchio nella Graflex del 1903, la prima single lens reflex.



L'Ermanox, una fotocamera con obiettivo da f/2, portato successivamente a f/1.5, permise l'ingresso dei fotografi nei salotti e nei palazzi, per ritrarre politici e personaggi famosi.



Le fotografie divennero istantanee della vita quotidiana e i fotografi si mescolarono alla gente comune. All'Ermanox si affiancò nel 1932 la Leica I, con obiettivo 50mm f/3.5, che introdusse il formato che divenne standard, il 35mm.



Questa macchina fu adottata con profitto grazie alla sua maneggevolezza e discrezione da importanti fotografi di reportage come Henri Cartier-Bresson e Walker Evans, oppure artisti come André Kertész.

Edwin Land brevettò nel 1929 una pellicola per lo sviluppo istantaneo, che permise alla Polaroid di vendere milioni di apparecchi per fotografie autosviluppanti.

DAL COLORE AL DIGITALE

La necessità di rendere le immagini sempre più simili al vero richiese l'intervento manuale del fotografo dopo lo sviluppo della lastra in bianco-nero. Per sopperire alla mancanza di colore molti fotografi agirono direttamente sulle immagini, utilizzando i pigmenti dell'anilina per sfumare e rafforzare molti ritratti.

Nonostante la richiesta sempre pressante da parte dei clienti di immagini a colori, si dovettero attendere gli studi del fisico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879)



che nel 1859 dimostrò con un procedimento definito mescolanza additiva, la possibilità di ricreare il colore sovrapponendo la luce rossa, verde e blu, chiamati colori primari additivi.

Dieci anni più tardi Louis Ducos du Hauron (1837-1920)



mise a punto il procedimento che aprì la strada alle emulsioni a colori. Denominato sottrattivo, utilizza i colori complementari o primari sottrattivi.

L'applicazione del metodo additivo è la lastra Autochrome dei fratelli Lumière, prodotta nel 1903.

I fratelli Lumiere:



Un box di lastre autochrome, con scadenza nel 1923:



Un' autocromia della prima guerra mondiale:



La pellicola fotografica di tipo invertibile è figlia del Kodachrome (1935) e dell'Ektachrome (1942), che utilizzarono il metodo sottrattivo con tre differenti strati sensibili, mediante filtri colorati, alle tre frequenze di luci corrispondenti al blu, al rosso e al verde.

La pellicola per negativi a colori ebbe origine dalla Kodacolor del 1941, dove è presente l'inversione delle luci e dei colori. La Ektacolor della Kodak, messa in commercio nel 1947, permise lo sviluppo casalingo della pellicola negativa a colori.

Con il passare degli anni, il progresso dell'elettronica permise di adottare alcune delle ultime scoperte anche nell'acquisizione delle immagini. Nel 1957 Russell Kirsch trasformò una fotografia del figlio in un file digitale attraverso un prototipo di scanner d'immagine. Nel 1972 la Texas Instruments brevettò un progetto di macchina fotografica senza pellicola, utilizzando però alcuni componenti analogici.

La prima vera fotografia ottenuta attraverso un processo esclusivamente elettronico fu realizzata nel dicembre 1975 nei laboratori Kodak dal primo prototipo di fotocamera digitale di Steven Sasson:



L'immagine in bianco e nero del viso di un'assistente di laboratorio fu memorizzata su un nastro digitale alla risoluzione di 0.01 Megapixel (10000 pixel), utilizzando il CCD della Fairchild Imaging.

Le altre ricerche sulla fotografia digitale per uso di massa furono rallentate dai continui miglioramenti delle fotocamere a pellicola, che proposero modelli sempre più semplici e comodi da usare, come la Konica C35-AF del 1977,



il primo modello di fotocamera totalmente automatica. Solo quando le emulsioni fotografiche non permisero ulteriori miglioramenti e la tecnologia digitale raggiunse un livello qualitativo equiparabile, allora l'interesse dei consumatori si trasferì sul nuovo procedimento.



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